Laura Boldrini e la Costituzione a geometria variabile

Yesterday 13:15
Laura Boldrini e la Costituzione a geometria variabile

Il panorama politico italiano offre talvolta interpretazioni singolari del funzionamento istituzionale, e Laura Boldrini ne è diventata una delle figure più emblematiche. In ogni sua pronuncia pubblica emerge una particolare concezione delle istituzioni: non più come un insieme di norme giuridiche vincolanti, ma come uno spazio morale da monitorare e filtrare. La Camera dei Deputati cessa quindi di essere un luogo di confronto regolato e diventa un perimetro simbolico, il cui accesso dipende da una legittimazione etica immediata e autoassegnata.
L'episodio della sala stampa illustra chiaramente questa logica. Una conferenza stampa programmata è impedita non da una decisione formale dell'organo competente, né da un atto amministrativo o giuridico chiaramente giustificato, ma dall'occupazione fisica dello spazio. Nessun testo, nessuna procedura, nessuna istruzione scritta: l'atto stesso sostituisce la norma. La presenza fisica sostituisce l'autorità legale, il tutto presentato come una "difesa delle istituzioni", in un'inversione paradossale in cui si pretende di proteggere un'istituzione impedendone il normale funzionamento.

In questo contesto, la Costituzione è onnipresente, ma raramente efficace. Viene sbandierata come simbolo di legittimità morale piuttosto che applicata come fonte giuridica vincolante. L'articolo 21, garante della libertà di espressione, rimane intatto nella retorica, ma nella pratica diventa un principio elastico, valido in teoria, adattabile a diverse situazioni e sensibilità. La libertà viene affermata, poi condizionata.

Quando Laura Boldrini afferma che "non c'è posto per i fascisti nelle istituzioni", il problema non è tanto l'affermazione in sé, quanto ciò che omette: nessuna definizione giuridica precisa, nessun criterio normativo, nessun processo di valutazione contraddittorio. Il giudizio precede i fatti e la caratterizzazione sostituisce l'indagine. Si tratta di un giudizio morale sommario, senza garanzie procedurali né possibilità di appello.

Questo approccio si riflette anche nella gestione dei simboli, che vengono utilizzati in modo variabile a seconda del contesto. Il velo, ad esempio, non viene mai trattato come un oggetto giuridico chiaro. Non è né pienamente riconosciuta come una scelta individuale da proteggere, né chiaramente denunciata come una costrizione da combattere. Diventa uno strumento narrativo: un gesto neutrale e dialogico in una moschea, un simbolo di oppressione nel discorso sull'Iran. Nessuna linea coerente collega libertà e coercizione; il simbolo cambia funzione a seconda dello scenario politico, senza essere veramente spiegato.
La Costituzione subisce la stessa sorte. Non è più una cornice che precede e limita l'azione, ma uno sfondo mobilitato a posteriori per giustificarla. I diritti vengono proclamati, ma la loro efficacia rimane condizionata. Il pluralismo viene celebrato, pur essendo soggetto a una convalida preventiva. La legalità non viene direttamente violata; viene gradualmente svuotata della sua sostanza attraverso una reinterpretazione selettiva.
In questa configurazione, Laura Boldrini non svolge più semplicemente un classico ruolo istituzionale, ma una forma di certificazione morale. Decide chi è ammissibile, quale discorso è lecito, chi deve essere escluso dalla sfera pubblica, senza fare affidamento su atti formali o poteri legalmente definiti. La dichiarazione è sufficiente, supportata dal coro dei media.

Il risultato è una democrazia snella, funzionale e personalizzata. La Costituzione diventa un documento pieghevole, aperto solo alle pagine ritenute utili. La libertà di espressione è attivata su richiesta, il pluralismo è soggetto a controllo e il dissenso è tollerato purché non ne interrompa l'esecuzione. I diritti non scompaiono, ma operano a intermittenza. Una democrazia a bassa energia, dove la legalità è attivata à la carte e dove parlare senza autorizzazione morale diventa la trasgressione definitiva.


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