Trump avverte: gli Stati Uniti interverranno se l'Iran reprimerà i manifestanti
Venerdì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro avvertimento all'Iran, dichiarando che l'America è "pronta e pronta" a intervenire se Teheran usa la forza letale contro i manifestanti, mentre la Repubblica Islamica è alle prese con i suoi più grandi disordini dai tempi delle manifestazioni di Mahsa Amini del 2022.
Pubblicato su Truth Social, il messaggio aggressivo di Trump arriva in un momento di crescente disperazione economica, scontri diffusi con le forze di sicurezza e almeno cinque morti confermate nell'ultima settimana.
"Se l'Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso", ha scritto Trump, riecheggiando la frase bellicosa da lui resa popolare per la prima volta nel 2017 durante le tensioni con la Corea del Nord.
Il post, datato 29 dicembre 2025, ha ottenuto milioni di visualizzazioni, segnalando un rapido ritorno alla sua linea dura nei confronti di Teheran a poche settimane dall'inizio del suo secondo mandato.
Le manifestazioni sono scoppiate a fine dicembre, nel mezzo della crescente crisi economica iraniana, esacerbata da anni di sanzioni, cattiva gestione e priorità data alle milizie per procura rispetto al welfare interno.
Il 28 dicembre il rial è crollato al minimo storico di 850.000 per dollaro, portando l'inflazione oltre il 50% e raddoppiando i prezzi dei prodotti alimentari di base in pochi mesi.
Le proteste sono iniziate come raduni localizzati per i tagli ai sussidi, ma si sono rapidamente estese a tutto il paese.
Entro il 31 dicembre, 17 delle 31 province iraniane hanno registrato manifestazioni, tra cui importanti città come Isfahan, Shiraz e Tabriz.
La folla ha cantato "Morte al dittatore" e "Non vogliamo una Repubblica islamica", mescolando le proteste economiche con il crescente sentimento anti-regime.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato oltre 200 arresti nella prima settimana e diffusi blackout di Internet volti a soffocare il coordinamento.
La violenza è aumentata il giorno di Capodanno, quando gli scontri ad Azna, nella provincia del Lorestan, hanno causato la morte di almeno tre manifestanti e il ferimento di 17 durante un raid in una stazione di polizia.
Osservatori indipendenti hanno confermato cinque vittime in totale, tra cui un adolescente a Mashhad.
In risposta, il governo ha ordinato la chiusura quasi totale di uffici, università e aziende in 21 province, intensificando la frustrazione pubblica.
Gli analisti osservano che, a differenza delle proteste per i diritti delle donne del 2022, le attuali rivolte sono decentralizzate, il che le rende resistenti e potenzialmente destabilizzanti per il regime.
Sostegno e minacce
Il post di Trump su Truth Social segue precedenti dichiarazioni in cui criticava Teheran per "aver regolarmente aperto il fuoco sui manifestanti".
Anche il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato l'Iran a rispettare le riunioni pacifiche, avvertendo di "gravi conseguenze". La formulazione "carica e pronta", tratto distintivo dello stile iperbolico di Trump, segnala la prontezza militare senza specificare l'azione da intraprendere.
Storicamente, l'approccio intransigente di Trump ha avuto risultati contrastanti.
La sua campagna di "massima pressione" (2017-2021) ha imposto sanzioni paralizzanti, ma ha spinto l'Iran ad accelerare l'arricchimento dell'uranio e ad espandere le attività per procura.
L'attacco con drone del 2020 che ha ucciso il comandante dell'IRGC Qasem Soleimani ha quasi innescato una guerra su vasta scala.
Ora, la strategia della sua amministrazione si impegna a sostenere gli "iraniani amanti della libertà" attraverso la radiodiffusione e sanzioni mirate, lasciando dubbi sulla portata di un potenziale intervento.
La leadership iraniana ha condannato l'avvertimento di Trump.
Il presidente Masoud Pezeshkian lo ha descritto come un tentativo straniero di sfruttare i disordini interni, mentre la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, lo ha definito guerra psicologica e ha mobilitato le milizie Basij.
I media iraniani hanno amplificato le minacce di chiusura dello Stretto di Hormuz, una rotta petrolifera globale cruciale, preannunciando potenziali ripercussioni regionali.
Nonostante la retorica, il messaggio ha dato energia ai manifestanti, alcuni dei quali hanno portato copie stampate del post di Trump mentre bruciavano effigi di Khamenei.
Gli attivisti in esilio lo hanno salutato come un incoraggiamento morale, sebbene alcuni rimangano scettici riguardo a un tangibile sostegno degli Stati Uniti.
A Washington, le reazioni sono divise. I Democratici del Senato hanno criticato il messaggio di Trump definendolo sconsiderato, mentre i Repubblicani della Camera lo hanno elogiato per la sua chiarezza morale.
Fonti del Pentagono hanno confermato il riposizionamento dei bombardieri B-52 a Diego Garcia come dimostrazione di forza, sebbene i funzionari abbiano sottolineato che le misure diplomatiche e umanitarie rimangono la risposta principale.
Le reazioni internazionali sono altrettanto contrastanti.
Israele ha espresso un forte sostegno, l'UE ha esortato alla moderazione e si è offerta di mediare i colloqui economici, mentre Russia e Cina hanno condannato la minaccia statunitense, promettendo aiuti finanziari a Teheran.
I mercati petroliferi hanno reagito immediatamente, con il greggio Brent in rialzo del 3% a causa dei timori di perturbazioni nello Stretto di Hormuz.
Gli esperti avvertono che qualsiasi intervento statunitense potrebbe far degenerare le tensioni in un conflitto regionale.
Attacchi per procura, attacchi di ritorsione e instabilità economica potrebbero intrappolare ulteriormente gli Stati Uniti, mentre la popolazione iraniana continua a subire pressioni esistenziali. "Non vogliamo la guerra, vogliamo pane e libertà", ha detto un manifestante di Isfahan. "Ma se Trump fa sul serio, forse finalmente farà pendere la bilancia".
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